L'ESCA
Nel sud del Libano i bambini imparano a temere la forma della palla
Il 23 giugno 2026 la municipalità di Bazouriye, nel distretto di Tiro, ha avvertito la popolazione della possibile presenza di bombe a grappolo camuffate da piccole palle da gioco. Un post diventato virale ha tradotto quell’avviso in un’accusa diretta, secondo la quale Israele prende di mira i bambini libanesi con ordigni travestiti da giocattoli. Le fonti consentono di dire molto, e obbligano a dirlo con esattezza, perché nel sud del Libano la contaminazione da submunizioni si trascina da decenni e ha già ucciso centinaia di persone.
LA RICOSTRUZIONE
Verso la metà di giugno è iniziata a circolare sui social l’immagine di un oggetto sferico, simile a un pallone in miniatura, abbandonato sul terreno nei pressi di Doueir, nel governatorato di Nabatiye. The New Arab ne scrive il 18 giugno, dichiarando di non aver potuto verificare l’immagine in modo indipendente e riferendo che una fonte dell’esercito libanese parlava comunque di accertamenti in corso e di segnalazioni. Lo stesso giorno Roya News rilancia il caso, cita una residente della zona riportata dalla giornalista di NBN Rasha Al-Zein e lo colloca dentro il problema più vasto degli ordigni rimasti sul terreno dopo le campagne militari israeliane.
Il 23 giugno arriva l’atto amministrativo. La municipalità di Bazouriye diffonde un comunicato ripreso dall’Agenzia nazionale libanese e pubblicato da MTV Lebanon in arabo e in inglese. Il testo segnala la possibile diffusione di bombe a grappolo «internazionalmente proibite» dalla forma camuffata, simile a piccole palle da gioco per bambini. L’avviso raccomanda di tenersi lontani dagli oggetti sconosciuti, in particolare da quelli colorati o di forma sferica, e dai terreni aperti mai bonificati. Qualunque ritrovamento va segnalato all’esercito o alle autorità competenti. Elnashra, che pubblica il comunicato con la stessa data, aggiunge un elemento rilevante, perché anche la municipalità di Burj Rahal ha diramato un avviso analogo per i villaggi del sud. Il 24 giugno la questione sale di grado. Il portavoce delle Nazioni Unite Farhan Haq, citato dall’agenzia Anadolu, dichiara che nel sud del Libano i rischi per la sicurezza restano gravi a causa della presenza diffusa di residuati esplosivi di guerra e che diverse amministrazioni locali hanno emesso avvisi dopo segnalazioni di ordigni inesplosi dalla forma sferica.
Il post che ha portato la vicenda su milioni di schermi, costituisce dunque la sintesi accusatoria di un materiale più articolato. Compito di chi riporta le notizie è separare i piani, e mostrare perché quella sintesi, pur eccedendo le fonti, affondi le radici in una storia vera e verificabile.
LE PROVE ACQUISITE E LA PROVA CHE MANCA
Sul contesto le prove abbondano. Nel novembre 2025 il Guardian ha pubblicato un’inchiesta nella quale sei esperti indipendenti, esaminando le immagini dei residuati raccolti sul terreno libanese, hanno riconosciuto submunizioni israeliane dei tipi M999 Barak Eitan e Ra’am Eitan, un riscontro che indica l’impiego di munizioni a grappolo nelle operazioni recenti. La stessa inchiesta ricorda le proporzioni del precedente storico. Nell’estate del 2006 Israele disperse sul sud del Libano circa quattro milioni di submunizioni, delle quali un quarto rimase a terra senza esplodere, e da allora le cariche inesplose avrebbero ucciso più di quattrocento persone. Il Landmine and Cluster Munition Monitor attesta che a fine 2024 risultavano ancora 4,67 chilometri quadrati contaminati da resti di munizioni a grappolo, con una contaminazione nuova prodotta dalle ostilità iniziate nell’ottobre 2023. Human Rights Watch descrive da anni il funzionamento di queste armi, progettate per disperdere su aree vaste decine o centinaia di cariche minori, destinate, quando restano inesplose, a comportarsi per anni come mine. La Convenzione di Oslo del 2008 vieta agli Stati aderenti di impiegarle e perfino di conservarle negli arsenali. Il Libano l’ha ratificata. Israele, ovviamente, ha sempre rifiutato di aderirvi.
Una perizia pubblica e indipendente sull’oggetto fotografato, allo stato delle fonti disponibili, manca. L’affermazione secondo cui gli ordigni sarebbero fabbricati per attirare i bambini compare nei comunicati locali municipali e si basa su testimonianze e non ancora su verifiche dirette giornalistiche. Dunque va trattata come ipotesi. La storia che segue spiega perché quell’ipotesi, in Libano, suoni a chiunque tutt’altro che inverosimile.
UNA MEMORIA DOCUMENTALE LUNGA TRENT’ANNI
L’ipotesi possiede infatti una genealogia documentata con precisione insospettabile. Nel 1997 L’Orient-Le Jour raccontava di una bambina di nove anni con la mano destra maciullata da una jeep di plastica verde mela raccolta vicino al suo villaggio, e di una coetanea uccisa dopo aver esclamato di aver trovato una bambola. Un ufficiale di UNIFIL confermò allora all’Agence France-Presse che quegli oggetti venivano lanciati per lo più da elicotteri e che potevano assumere l’aspetto di un giocattolo o di una comune pietra. L’anno seguente la missione permanente del Libano alle Nazioni Unite scrisse al Segretario generale denunciando il lancio di migliaia di giocattoli esplosivi sui centri abitati, con la città di Nabatiyah come esempio più recente. Israele respinse le accuse definendole spregevoli. Un rapporto della commissione Esteri della Camera dei Comuni britannica, datato 2000, censiva nondimeno tra i pericoli del sud del Libano anche i giocattoli trappola, accanto alle bombe a grappolo israeliane inesplose, indicandoli come presumibilmente sganciati dall’aviazione israeliana presso i villaggi adiacenti alla cosiddetta zona di sicurezza. Nel 2007 TIME dedicò un articolo, intitolato The Toys That Kill in Lebanon, alla submunizione BLU-63, una sfera che agli occhi di un bambino può passare per un giocattolo. Chris Clark, coordinatore del centro delle Nazioni Unite per lo sminamento in Libano, aveva condensato la questione nel 2006 osservando che quegli ordigni sembrano innocui specialmente alla mente curiosa di un bambino. In Italia la vicenda riaffiorò nel 2021, quando Fanpage riferì, citando l’agenzia nazionale libanese e i media di Beirut, la morte di un bambino convinto di aver raccolto un pallone.
CIÒ CHE UN PALLONE CHIEDE A UN BAMBINO
Su questo sfondo la disputa sull’intenzionalità, che pare decisiva, si rivela in parte secondaria. La psicologia dello sviluppo ha stabilito da oltre un secolo che il bambino conosce il mondo afferrandolo. Jean Piaget descrisse i primi anni della vita come il tempo dell’intelligenza senso-motoria, nella quale il pensiero coincide con il gesto della mano che prende. Donald Winnicott collocò il gioco in un’area intermedia tra la realtà psichica interna e il mondo esterno, lo spazio in cui il piccolo dell’uomo impara a fidarsi delle cose. Dentro quell’area l’oggetto sferico occupa un posto privilegiato, perché la palla rotola e ritorna, e nel ritorno promette la ripetizione del piacere. Freud vide nel gioco del rocchetto, che scompare e riappare, il primo trionfo del bambino sull’assenza. Un ordigno in forma di palla, quale che sia stata la volontà di chi lo ha fabbricato, colpisce esattamente questo punto d’origine della vita psichica, e converte in condanna il movimento verso l’oggetto che per il bambino è insieme conoscenza e gioia.
Günther Anders scrisse che la nostra epoca soffre di un dislivello tra la capacità di produrre e la capacità di rappresentarsi ciò che si è prodotto. Chi impiega submunizioni su territori abitati conosce da decenni la statistica delle vittime, sanno bene delle quattrocento morti censite dopo il 2006, e sceglie di procedere. Hans Jonas indicò nel neonato l’archetipo della responsabilità, l’essere la cui semplice esistenza obbliga chiunque gli stia accanto. Un’arma i cui effetti ricadono in misura sproporzionata sui bambini, e ricadono su di loro proprio perché essa somiglia a ciò che li attira, rovescia quell’archetipo in modo così radicale che la domanda sul dolo, pur legittima e da tenere aperta, finisce per assolvere troppo. La colpa comincia prima del progetto. Comincia quando si adopera un’arma che rende la terra ostile ai suoi abitanti più piccoli per una generazione intera.
La fotografia da cui tutto è partito mostra un piccolo pallone chiaro posato sulla ghiaia. Questa è l’estate dei Mondiali, e il pallone è in queste settimane l’oggetto più guardato del pianeta. Nel sud del Libano, nelle stesse settimane, le municipalità chiedono ai genitori di insegnare ai figli a diffidarne. Siamo davanti ad una comunità che deve educare i propri bambini a temere la forma stessa del gioco.


Nel corso della seconda guerra mondiale, gli “alleati” facevano lo stesso, a quanto mi raccontava mia madre
♥️😔