𝗚𝗔𝗦𝗟𝗜𝗚𝗛𝗧𝗜𝗡𝗚 𝗗𝗜 𝗦𝗧𝗔𝗧𝗢
Dieci aforismi sulla menzogna pubblica
𝗜. 𝗟𝗔 𝗥𝗜𝗖𝗢𝗡𝗢𝗦𝗖𝗘𝗡𝗭𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗘 𝗩𝗜𝗧𝗧𝗜𝗠𝗘
Nel 1940, quando il programma statale tedesco di soppressione delle persone con disabilità aveva già ucciso decine di migliaia di individui, i medici delle strutture coinvolte inviarono lettere alle famiglie. Spiegavano che il congiunto era deceduto serenamente, senza sofferenze, e che le famiglie avrebbero dovuto sentirsi grate per le cure ricevute fino alla fine. Alcune lo furono.
Il gaslighting istituzionale si compie attraverso l'inversione del debito emotivo. Chi ha causato il danno trasforma la propria responsabilità in un dono elargito, e pretende riconoscimento per averlo dato. L'estorsione della gratitudine ha una funzione quasi giuridica. Se chi ha subito ringrazia, ha implicitamente certificato che il crimine era una prestazione. Il debitore diventa creditore con un atto linguistico solo, senza costrizione fisica aggiuntiva. Ricorda un po’ il “ti bombardo per la tua libertà”.
Per chi ha subito, il ringraziamento è una trappola senza fondo, infatti, una volta espresso, diventa la prova definitiva che il dolore era soggettivo, interiore, al di fuori di qualunque responsabilità collettiva. La versione contemporanea opera quando il potere si presenta come artefice dei benefici che distribuisce e della prosperità che concede, e attende il riconoscimento che ha già preparato. La gratitudine viene prodotta dall'unico soggetto che ha interesse a riceverla. L'asimmetria rimane invisibile perché viene chiamata con il nome del suo contrario.
𝗜𝗜. 𝗟𝗔 𝗦𝗔𝗚𝗚𝗘𝗭𝗭𝗔 𝗗𝗘𝗟 𝗖𝗜𝗡𝗜𝗖𝗢
Il cinismo antico aveva il merito della coerenza. Diogene rifiutava i doni di Alessandro, dormiva in una botte, e quella nudità era già l'argomentazione. Il cinismo politico contemporaneo funziona all'inverso. Il soggetto che conosce in anticipo la falsità di ciò che afferma ha già incorporato la critica nella propria posizione, il che gli conferisce una solidità che il mentitore comune non possiede. La falsa coscienza è più resistente di quella autentica perché ha già esaminato le obiezioni e le ha attraversate.
Il gaslighting di Stato richiede esattamente qualcuno capace di riconoscere il fondamento dell'obiezione e di procedere ugualmente. La sincerità viene riservata agli spazi privati, alle conversazioni informali. In pubblico, la verità circola come dato inutilizzabile. Questa inutilizzabilità viene poi presentata come prova della complessità del reale. Le cose sono talmente intricate che anche chi le conosce a fondo ammette l'incertezza.
L'incertezza così ammessa occupa il territorio in cui nessuna affermazione produce conseguenze. Il cinismo moderno è la forma più stabile di menzogna, perché non chiede di credere a niente, nemmeno a se stesso.
𝗜𝗜𝗜. 𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗦𝗧𝗥𝗜𝗕𝗨𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗖𝗢𝗟𝗣𝗔
Nell'estate del 1937, alcune centinaia di soldati e civili italiani uccisero migliaia di etiopi ad Addis Abeba nel corso di tre giorni. Il processo fu frammentato in mansioni specifiche, ciascuna descrivibile come compito tecnico ricevuto. Quando anni dopo alcune di queste persone furono interrogate, la risposta più frequente era di non aver fatto nulla di rilevante, avevano fatto solo il loro lavoro.
Il crimine di massa richiede questa parcellizzazione. Se la responsabilità è distribuita su abbastanza passaggi burocratici, su abbastanza figure che possono indicare un anello precedente come il luogo della decisione vera, il momento in cui qualcuno compie qualcosa non esiste mai come tale. Il gaslighting istituzionale abita questo spazio tra l'ordine e il corpo, tra la firma e l'esecuzione materiale, vive un vuoto in cui la responsabilità si dissolve senza che nessuno l'abbia deliberatamente eliminata.
Ciascuno può poi tornare a casa, crescere dei figli, raccontare la propria guerra come un'esperienza difficile, e avere ragione, ha effettivamente subito qualcosa. Il fatto che altri abbiano subito di più attraverso di lui rimane sospeso in quel vuoto burocratico, privo di nome e di titolare, in attesa di uno storico abbastanza paziente da abitarlo. L'Italia impiegò quarant'anni a trovarlo. Per chi ha ancora una coscienza spesso ci sono due strade: il disturbo post-traumatico da stress o il suicidio.
𝗜𝗩. 𝗟’𝗘𝗡𝗧𝗨𝗦𝗜𝗔𝗦𝗠𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗥𝗘𝗦𝗔
L'ipotesi che le popolazioni vengano ingannate contro la propria volontà è psicologicamente rassicurante, perché preserva l'innocenza delle masse e localizza il male in un agente esterno dotato di intenzione. L'osservazione storica restituisce qualcosa di più contraddittorio. La Germania del 1933 fu attraversata da una corrente d'entusiasmo che rese superflua la coercizione nelle prime fasi, perlomeno per chi non era già nel mirino. Milioni di persone che il decennio precedente avevano dedicato a conquistare diritti li cedettero in pochi mesi, e alcune li cedettero di buon grado.
Il gaslighting politico incontra la propria condizione di possibilità in questa disponibilità preesistente in cui serve qualcuno che voglia essere rassicurato, a cui la complessità sia diventata insopportabile, che cerchi attivamente una lettura del reale in grado di semplificarla. Ciò che il potere offre in questi momenti è quella semplificazione, e il fatto che venga cercata la rende impossibile da distinguere dal consenso autentico.
La questione interna che rimane è se la maggioranza abbia ceduto per convinzione o per inerzia sociale, e se questa distinzione cambi qualcosa sul piano della responsabilità. La risposta è contraddittoria perché distribuisce la colpa su troppe persone per poter essere accettata. Preferire una storia di vittime ingannate è, a sua volta, una falsificazione del reale, e produce gli stessi effetti della falsificazione che denuncia.
𝗩. 𝗜𝗟 𝗟𝗨𝗧𝗧𝗢 𝗡𝗘𝗚𝗔𝗧𝗢
Nell'inverno del 1942 iniziarono i bombardamenti alleati sulle città tedesche. Entro il 1945, oltre seicentomila civili erano morti sotto le bombe, e buona parte dei principali centri storici era stata ridotta a macerie. Eppure per decenni questo capitolo rimase ai margini della letteratura tedesca, assente dalla memoria pubblica, ignorato nelle commemorazioni ufficiali. Un narratore tedesco fu il primo a occuparsene seriamente, a metà degli anni Novanta, dopo aver constatato che l'intera tradizione letteraria del dopoguerra aveva a lungo aggirato l'argomento.
La ragione di quel silenzio era piuttosto evidente. I tedeschi sapevano cosa era stato compiuto in loro nome, e quella consapevolezza rendeva il lutto sui propri morti moralmente insostenibile. Il silenzio era auto-imposto, travestito da pudore civile, esibito come maturità storica. Il gaslighting qui opera per riflessione, infatti chi ha partecipato a un crimine collettivo, o ne ha tratto beneficio, censura il proprio dolore legittimo per non sembrare pari alle proprie vittime. Questa censura viene poi esibita come modello di assunzione di responsabilità, e offerta come lezione a chi ha subito invece di commettere.
L'Occidente che mantiene il silenzio sulle distruzioni a Gaza cita con regolarità questa tradizione tedesca. La cita, però, come argomento per non fare quello che quella tradizione avrebbe richiesto: guardare con chiarezza quello che si sta compiendo adesso, con la propria acquiescenza.
𝗩𝗜. 𝗜𝗟 𝗠𝗜𝗧𝗢 𝗖𝗢𝗠𝗘 𝗜𝗠𝗠𝗨𝗡𝗜𝗧À
Un mito collettivo si distingue da una bugia per la sua capacità di assorbire le smentite senza cedere. La bugia si lascia falsificare; il mito incorpora la falsificazione come dettaglio irrilevante o come attacco interessato. L'Italia costruì dopo il 1945 la propria immagine coloniale intorno all'idea di una presenza mite, di un'occupazione comparativamente umana. Questa immagine fu elaborata dal basso e custodita con cura per generazioni, difesa con una certa aggressività quando minacciata. Ancora oggi se ne parla poco fuori dall’ambito accademico.
Quando i documenti militari cominciarono a emergere, quando le carte mostravano le consegne di iprite e fosgene e le autorizzazioni ad attacchi con gas su villaggi, il mito non cedette, anzi incorporò l'eccezione. Il colonialismo italiano, nelle sue descrizioni pubbliche, rimase comunque meno peggio di quello degli altri, la violenza fu attribuita ai quadri fascisti o alle circostanze eccezionali, perché in fondo permaneva il mito degli “italiani brava gente”. Il mito funziona perché il suo oggetto effettivo non è il passato, ma l'identità presente di chi ci vive dentro. Smontarlo significa chiedere alle persone di rinunciare a una parte di sé, e questa richiesta viene avvertita come aggressione. Chi la formula viene trattato di conseguenza.
La prima ammissione italiana sull'uso di armi chimiche in Etiopia arrivò nel 1996, sessant'anni dopo i fatti. Era già un'ammissione complicata e necessitava di una serie di distinzioni che la rendessero sopportabile, e quelle distinzioni erano già la forma aggiornata del mito.
𝗩𝗜𝗜. 𝗟𝗔 𝗖𝗨𝗥𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗔𝗚𝗚𝗥𝗔𝗩𝗔
Negli anni Settanta, un gruppo di ricercatori californiani documentò una classe di problemi che si intensificano in proporzione diretta agli sforzi per risolverli. Il caso più semplice viene dalla clinica. L'ansia da prestazione che peggiora quando si cerca di controllarla, il blocco che si aggrava quando ci si sforza di superarlo. Il principio vale anche sul piano politico, con una precisione che dovrebbe allarmare.
Quando un'economia ristagna, un governo che insiste sulla crescita imminente, che protegge i propri dati dall'interpretazione critica e sposta la conferma sempre di qualche mese, produce un effetto preciso in cui il cittadino che percepisce il proprio impoverimento smette di fidarsi della propria esperienza diretta. Il lavoratore che sente ridursi il potere d'acquisto mentre sente ripetere che il mercato del lavoro è in espansione si trova nella posizione di dover scegliere tra la propria percezione e la parola del potere. Quella sospensione del giudizio è il risultato cercato.
L'Italia ha presentato nel 2025 la crescita più bassa dell'Unione Europea, con un'inflazione superiore alla media continentale e un costo della vita che ha eroso i salari reali. La risposta ufficiale a questi dati è che la lettura è ideologica, che i paragoni europei sono fuorvianti, che la ripresa è di fondo. L'unica voce che non trova spazio nel dibattito è l'esperienza diretta di chi ha meno soldi di prima.
𝗩𝗜𝗜𝗜. 𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗔𝗚𝗡𝗢𝗦𝗜 𝗣𝗢𝗟𝗜𝗧𝗜𝗖𝗔
La psichiatria coloniale francese ad Algeri produsse negli anni Cinquanta studi rigorosi sul comportamento degli algerini. Le riviste scientifiche pubblicarono analisi che documentavano una tendenza alla violenza non motivata e una difficoltà strutturale nell'adattarsi alle istituzioni civili. Gli autori erano medici qualificati, i dati erano rilevati con metodo, le conclusioni erano coerenti con le premesse teoriche. La premessa era che resistere all'occupazione fosse un sintomo clinico, e questa premessa non era discussa nei lavori perché era il fondamento a partire dal quale i dati venivano raccolti.
La patologizzazione del dissenso ha la precisa caratteristica di rendere superflua la risposta agli argomenti, perché gli argomenti stessi diventano la prova della condizione diagnosticata. Chi protesta non dice qualcosa che dovrebbe essere confutato, al limite manifesta un disagio che andrebbe trattato.
In Italia, nella primavera del 2026, un musicista con sessant'anni di carriera pubblica è stato indicato come destabilizzante per aver detto che bombardare i civili è sbagliato. Un presidente di regione è stato trattato come isolato e velleitario per aver organizzato una manifestazione per il cessate il fuoco. La legge che criminalizza queste posizioni è in discussione in Parlamento. La progressione ha una logica interna coerente e segue sempre lo stesso ciclo dove prima si tratta il dissenso come anomalia, poi lo si tratta come reato.
𝗜𝗫. 𝗟𝗔 𝗩𝗘𝗥𝗜𝗧À 𝗖𝗢𝗠𝗘 𝗙𝗔𝗧𝗜𝗖𝗔
L'ipotesi ottimistica sul totalitarismo è che voglia tenere la verità nascosta. La versione aggiornata funziona attraverso un meccanismo opposto. L'informazione disponibile è sovrabbondante. Il crimine è documentato quanto la sua smentita ufficiale, e la smentita della smentita è già sul tavolo. La saturazione informativa abolisce la lacuna che la censura produceva. Con essa abolisce il gesto di resistenza che consisteva nell'indicarla.
Il risultato è che la verità diventa una questione di resistenza individuale e non di accesso. Raggiungerla richiede di sopportare un volume di affermazioni contradittorie fino a trovare qualcosa di stabile. La maggioranza si ferma prima, in quel punto in cui tutte le posizioni sembrano equivalenti, in cui il fatto che qualcuno affermi e qualcun altro neghi appare già sufficiente a sospendere il giudizio. L'equivalenza delle posizioni è l'esito cercato. Un governo che nega la recessione e un economista che la documenta vengono distribuiti sullo stesso tavolo come parti di un dibattito. Il dibattito è già la soluzione del problema, perché un fatto contestato da abbastanza voci smette di funzionare come premessa di un ragionamento politico.
Orwell aveva capito che il totalitarismo avanzato controlla il pensiero per addizione, sommando affermazioni fino a rendere indistinguibile la conoscenza dalla confusione. La censura chiedeva di credere a qualcosa; la saturazione chiede soltanto di smettere di cercare.
𝗫. 𝗟’𝗔𝗨𝗧𝗢𝗖𝗘𝗡𝗦𝗨𝗥𝗔 𝗖𝗢𝗠𝗘 𝗩𝗜𝗥𝗧Ù
Simone Weil individuò negli anni Quaranta il meccanismo attraverso cui i partiti producono la propria base intellettuale. Il membro assimila gradualmente la volontà di pensare ciò che il partito pensa. Il processo genera convinzione attraverso l'assimilazione, e questa è la sua forza. Il gaslighting di partito è il più efficace perché il soggetto che lo subisce è il soggetto che lo applica e tratta il proprio dubbio residuo come debolezza da superare, la propria perplessità come segno di immaturità politica. Questo movimento è interiorizzato al punto da essere percepito come crescita personale.
In Italia, nel 2026, chi ha votato le leggi che criminalizzano il dissenso di piazza sapeva cosa stava votando. Le trascrizioni parlamentari mostrano che le obiezioni erano state formulate e registrate. Poi il momento del voto aveva azzerato quelle voci, perché votare era il gesto di fedeltà richiesto.
La democrazia produce un paradosso finale in cui il meccanismo formale del consenso, che dovrebbe proteggere il pluralismo, diventa il sigillo che certifica la cancellazione del dubbio. Il gaslighting istituzionale ottiene la propria firma dai soggetti che ne sono oggetto. La ratifica è autentica, e proprio in questa autenticità risiede la trappola. L’inganno è a monte.


Questo spiega pressoché tutto, soprattutto perché non si riesce a dialogare. A volte anche con il proprio marito o il proprio figlio. Fermarsi nel punto in cui si perde la capacità di continuare a capire o analizzare.
A me sembra che tutte le azioni abituali di dissenso siano prive di ogni forza e di ogni anima.
Si dice sempre che bisognerebbe individuarne altre, che parlino il linguaggio attuale, che si confrontino con i mezzi contemporanei. E io spero che da qualche parte agiscano dei gruppi capaci di innescare questa individuazione, ma non ne ho segni tangibili e, intanto, il gaslighting stratifica le menzogne, copre le verità e la volontà di affermare la verità.
Fra qualche giorno parteciperò a un reading di “poesia resistente”, in una fiera del libro indipendente. Non è certo la prima volta, ma oggi, cercando i testi da leggere, mi sono domandata a chi serviranno. Sono già stati isolati e messi nella condiione di non offendere e neanche di stimolare qualche coscienza. Saremo sempre gli stessi, affaticati e delusi a gioire per un momento di parole radunate assieme per mitigare la sofferenza.
Ma intanto tutto continuerà a seguire questo disgraziatissimo modo di fare degli Stati che non ci concede neanche la possibilità di trovare assieme una motivazione per ribellarci.
Per una che ha visto e partecipato ai cambiamenti della società degli anni ‘70 il dolore è forte.
Che si fa?
Ho letto solo le prime righe: non vi fu, nessuno sterminio di alcun genere, da parte dei tedeschi. Se proprio lo volete sostenere, tirate fuori le prove